Premio speciale libro dedicato allo sport

In nomination

Paolo Foschi

Omicidio al Giro

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Il libro
Alla vigilia del Giro d’Italia, il favorito Paolo Fallai muore in un misterioso incidente stradale mentre si allena sulle strade alla periferia di Roma. L’inchiesta viene affidata alla Sezione crimini sportivi guidata da Igor Attila, con l’esplicito invito a chiudere in fretta il caso e senza alzare troppo polverone. Il commissario-pugile, fra colpi di scena e episodi divertenti, si getta invece a capofitto nelle indagini determinato a scoprire la verità, come sempre affiancato dall’odiosa vice Chiara Merlo e dagli altri uomini della Squadra. Sotto torchio finisce subito il principale rivale di Fallai, il corridore Claudio Mele, mentre l’allenatore Sandro Fioravanti, distrutto dalla morte del ciclista, sembra comunque nascondere un segreto. Fra prove scomparse, misteriosi viaggi dei protagonisti in Calabria e in Turchia, sospetti di doping e parallelismi con il dramma umano di Marco Pantani, l’inchiesta sembra arenarsi. Intanto Igor Attila vive l’ennesima crisi personale con il suo compagno Titta che lo mette di fronte a un aut aut senza (apparente) via d’uscita, mentre Chiara Merlo si ritrova al centro di un triangolo d’amore che rischia di interferire con le indagini. E proprio quando il commissario si prepara a gettare la spugna, l’inchiesta riparte su una nuova pista, grazie a un’intuizione casuale che porterà all’imprevedibile soluzione del caso proprio all’arrivo della prima tappa del Giro d’Italia, a Sanremo.

Paola Gianotti

Sognando l’infinito. Come ho fatto il giro del mondo in bicicletta

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Un ciclista ama allenarsi in gruppo: sentirsi parte di un’unica entità aumenta il livello di sfida, la percezione del dolore è suddivisa tra tutti. Ma è quando si corre da soli che si percepisce ogni parte del corpo, il respiro affannoso, le gambe che spingono sui pedali. Impari a entrare in sintonia con gli elementi: il vento, amico quando è a favore e ti fa sentire un campione, nemico quando è contrario e ti rende vittima. La pioggia, che gocciola dal casco e ti batte il ritmo sulle cosce, la scia delle ruote che taglia le pozzanghere. La bici ti insegna a gestire le emozioni, ad affrontare la lotta con se stessi. Sulla strada sei tu e la tua bici, puoi far conto solo sulla tua tenacia per sopportare il dolore e le salite. E per gustarti il piacere della fatica, sembra un controsenso ma è così, perché come nella vita, dalla fatica di un traguardo irraggiungibile, di una tappa interminabile nasce la soddisfazione. Quando sono partita per fare il giro del mondo in bicicletta, tra i tanti che mi chiedevano: “Ma come farai a fare tutti quei chilometri?”, c’ero anch’io. 144 giorni, dalle 12 alle 14 ore quotidiane, al freddo e al caldo, per un totale di quasi 30.000 chilometri. Non sapevo nemmeno io come avrei fatto. Sapevo che volevo inseguire il mio sogno e che il corpo segue la mente. Una cosa che ho imparato dalla bici è che i limiti sono solo mentali. Non sono Wonder Woman e ho avuto anche fortuna, ma ormai ho coniato il mio motto: quando non sai cosa fare, pedala.

Dario Torromeo

I miei giochi. In dieci Olimpiadi da inviato ho visto cose che voi umani…

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Los Angeles ’84. Sfido Damiani nella palestra di Rocky. In spiaggia con Maurizio Stecca: oro al collo e sella da monta in spalla. La prima Olimpiade da inviato, ne seguiranno altre nove. Stranezze ai confini della realtà, ma anche ritratti di personaggi che hanno scritto la storia dello sport. Seul ’88. Le Luis Vuitton imitazioni originali, l’alba di Ben Johnson. Le tapas boquerones en vinagre nelle notti di Barcellona 92, la tragedia di Ron Karnaugh. Atlanta ’96. La casa di Martin Luther King. Entusiasmo per Michael “Bip Bip” Johnson. Sydney 2000 e i surfisti di Bondi Beach. Fioravanti e Rosolino ci fanno sentire grandi. Atene ’04. Le ragazze del windsurf pompano come canottieri nella passata in acqua. L’allegro VDH porta in tasca la foto di un ragazzo gonfio di birra e di peccati. Pechino ’08. Ferragosto sulla Grande Muraglia, al mercato del cibo tra grilli e scarafaggi. Michael Phelps, l’alieno. Cammarelle, gigante che odia il ko. Federica Pellegrini, lacrime e gioia. Londra ’12, il talento di Mangiacapre, la guasconeria di Russo. E poi i Giochi invernali: Il mistero di Nagano ’98 con la strana coppia del bob e Torino ’06 dove vince Giorgio, l’altro Di Centa.

Maurizio Nicita, Paolo Pizzo

La stoccata vincente

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Come ho sconfitto il cancro e raggiunto il mio sogno

Il 12 ottobre 2011 è una giornata indimenticabile per Paolo Pizzo: con un’ultima «stoccata a pompa», la sua specialità, diventa campione del mondo.
Proprio a Catania, la sua città, e questa vittoria non potrebbe essere più bella.
È qui che Paolo è nato e cresciuto, ai piedi dell’Etna, qui ha fatto i primi passi su una pedana, seguito dal papà, spadista come lui, e dalla sua famiglia, dove tutti hanno lo sport nel sangue.
È il primo successo pieno, netto, esaltante.
Ma c’è un’emozione segreta, in quel risultato, qualcosa che era sepolto e inaspettatamente riemerge in quel momento: il tumore al cervello che avrebbe potuto allontanarlo per sempre dalla scherma, dalla vita.
Era ragazzino quando le crisi erano iniziate: brevi terremoti nella testa che gli impedivano di controllare i movimenti del corpo e lo lasciavano spossato.
Paolo è un tipo combattivo, ma questa volta l’avversario fa paura. Nei mesi in cui affronta gli esami, i ricoveri, l’operazione, il ragazzo comincia a capire l’importanza di avere una grande squadra alle spalle: un padre come un allenatore, che non permette cedimenti e ha una fiducia incrollabile nelle sue risorse, un gruppo unito di persone care che sanno dare sostegno, un rigoroso programma di recupero.
La stessa situazione che ritroverà più avanti, una volta intrapresa la carriera agonistica, quando un maestro straordinario e un lavoro appassionato lo aiuteranno a plasmare e a scolpire un carattere un po’ troppo esuberante.
In questo libro il campione toglie la maschera per raccontare come si possono vincere le gare più dure.
Una testimonianza schietta, diretta, per affermare che la felicità, nello sport come nella vita, non è la conquista di un record, ma una grandissima voglia di vincere.

Simone Marcuzzi

Ventiquattro secondi

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Vittoriano Cicuttini è il primo italiano a giocare in una squadra della Nba. Cresciuto in un paese del Friuli, da bambino ascoltava i muri per sentire la voce di sua madre, morta di parto. Diventa un adolescente troppo alto e con pochi amici che per compiacere il padre, uomo ruvido e dalle certezze ferree, comincia a praticare la boxe. Poi, la scoperta del basket − per caso, grazie a una sfida improvvisata in un salotto dove a fare da canestro sono le coste dei volumi allineati in una libreria − lo spinge a inseguire i suoi sogni. Vittoriano si allena duro, e intanto si innamora. Giovanissimo si sposa con Marta e diventa padre della piccola Irene: di entrambe cerca lo sguardo sugli spalti nei momenti più importanti di ogni partita, quando tutta l’attesa sembra condensarsi nella traiettoria della palla lanciata a canestro. In campo si muove come un gigante flessuoso, trascina la squadra verso la vittoria anche nelle situazioni più disperate, fronteggia avversari e infortuni con caparbietà. La carriera lo allontana dalle sue origini, lo estrania dalla sua famiglia, lo costringe a fare i conti con se stesso, lo pone di fronte ai propri limiti e alla propria fragilità, fino a fargli capire che lo sport, come la vita, tanto ti dà e tanto ti toglie. Eppure l’unica scelta possibile resta quella di mettersi nuovamente in gioco, in vista di quella manciata di secondi che riabilitano un’intera esistenza.

Bruno Ballardini

Contro lo sport

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«Un attacco inaudito allo sport e a tutto quello che significa per noi.» Thomas Bach

Nell’anno delle Olimpiadi e degli Europei di calcio, Bruno Ballardini, intellettuale e sociologo, si interroga sui motivi dell’ossessione salutista che permea e scandisce le nostre vite.

Dal 5 al 21 agosto si svolgeranno le Olimpiadi di Rio de Janeiro. Si tratta della nuova edizione di un evento che si ripete da secoli, per il quale, addirittura, si deponevano le armi e si interrompevano le guerre. Lo sport, insomma, ha sempre costituito, nella storia umana, un fattore fondamentale e spesso inspiegabile di fratellanza nella competizione. Ma poi le guerre si son sempre riprese, gli uomini hanno continuato a cadere sotto i colpi delle armi, e lo sport s’è dimostrato essere soltanto un’inutile divagazione, con in più la capacità di dividere animi che, altrimenti, non si sarebbero mai contrapposti. Ora l’ossessione salutista ha fatto sì che lo sport sia la nuova e unica religione universale del nostro tempo, ma come ogni religione ha i suoi non praticanti e i suoi adepti infedeli: perché, ad esempio, alleniamo il nostro corpo e contemporaneamente lo avveleniamo fumando e mangiando male? E perché tentare di allungare la propria vita tenendosi in forma, quando è stato, invece, lo sviluppo della farmacopea a garantirci l’esistenza fino a un’età media sempre crescente?
Lo sport nel suo complesso sembra aver sostituito riti, assorbito funzioni e paradigmi fondamentali nella cultura primitiva, per riproporli in una forma modernamente accettabile. Non solo, ma fornisce un’efficace integrazione al sistema educativo e alla religione. Per alcuni, rappresenta un’innocua metafora della guerra, per molti altri il farmaco universale grazie a cui è possibile far crescere bene i giovani, sviluppare e fissare sani valori etici e morali, far tornare belli i brutti, prevenire ogni tipo di malattia, allungare la vita media dell’uomo medio.
In definitiva lo sport “fa bene”, ci aiuta nella nostra lotta contro il male e, in virtù di ciò, fare sport diviene quasi un dovere etico. Invece, lo sport fa male.

Emiliano Gucci

Nel vento

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Quanto tempo impiega un centometrista per correre la sua gara perfetta? Circa dieci secondi. Oppure una vita intera, il tempo di questo romanzo, se sui blocchi di partenza, nella mente di un uomo tormentato dal passato, si spalanca la voragine dei ricordi. Il protagonista sa fin da bambino di essere consegnato alla corsa, e lo sa perché la velocità è il solo rimedio possibile per scappare dai mostri che gli hanno portato via il fratello, ammazzato a bastonate dal padre, una mattina, sulla neve fresca, e poi Caterina, il suo unico amore. Telecamere, sponsor, pubblico eccitato, anabolizzanti e combine, ci sono tutti gli ingredienti che fanno di questa finale la gara definitiva; soltanto il vento della vittoria può riaccendere la luce su un futuro diverso. La solitudine del centometrista come sottile e spietato ritratto di una condizione di vita: l’estraneità a se stessi, ai propri bisogni più intimi; la necessità della corsa come smemoratezza, come anestetico. Emiliano Gucci trasforma il passo dell’atleta in una grande, ventosa metafora: si corre per esorcizzare il vuoto, per la paura di fermarsi a pensare. Si corre e basta, senza nemmeno chiedersi il perché.

Tania Cagnotto

Il pinguino che non voleva tuffarsi

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Pino è un cucciolo di pinguino un po’ speciale: non gli piace fare il bagno e non ha nessuna intenzione di tuffarsi nel mare gelido come fanno tutti i suoi simili! In fondo lui è un uccello, perciò si allena per imparare a volare. Ma quando arriva il giorno del Grande Tuffo, il suo volo si trasforma nel più straordinario dei tuffi!